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LA CERIMONIA DELL’INNOCENZA
THE TURN OF THE SCREW | IL GIRO DI VITE
Libretto Myfanwy Piper
dall’omonimo romanzo di Henry James
Musica Benjamin Britten

Deborah Warner
Direttore Ben Glassberg
Regia Deborah Warner
Scene Justin Nardella
Costumi Luca Costigliolo
Luci Jean Kalman
Movimenti mimici Joanna O’Keeffe
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Con Ian Bostridge nel ruolo di Quint
Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma
Sopratitoli in italiano e inglese a cura di Prescott Studio
Roma, Teatro Costanzi
19, 23, 25, 27, 28 settembre 2025
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Anime perse in un labirinto di desiderio
di Edward Seckerson
La prima regia della Warner per «The Turn of the Screw»
Londra, Barbican Centre, 1997 – Estratto
[…] Il bacio che Peter Quint deposita teneramente sulla fronte del ragazzo morente Miles nei momenti finali della nuova produzione di Deborah Warner di The Turn of the Screw di Benjamin Britten sarà certamente frainteso da coloro che insistono nel setacciare la vita privata del compositore alla ricerca di risposte contemporanee alle numerose domande poste dall’opera. Per altri, sarà una benedizione, un addio affettuoso ma casto all’innocenza, alla giovinezza, alla vita e all’amore sprecati. Warner ha molto, moltissimo, cui rispondere. Ed è proprio questo che rende la sua produzione così intrigante. E avvincente. E provocatoria proprio perché non è provocatoria. Ambigua senza volerlo essere. Spaventosa perché è ambigua. Come Henry James. Warner non fugge dalle domande scomode che questa storia pone, né le sottolinea o cerca di rispondere. Ci tormenta con esse. E questo è spaventoso.
Allora, quali sono queste domande e perché ci turbano? Qual era esattamente il rapporto tra Quint e la precedente governante, la signorina Jessel? In che modo esattamente Quint «si è preso delle libertà» con Miles? Quint e Jessel erano semplicemente il volto inaccettabile della permissività e della promiscuità che derubavano i giovani da protetti della loro innocenza, risvegliando in essi i primi segni della pubertà? Potrebbe essere. Nell’Inghilterra del romanzo di James non si parlava di queste cose, figuriamoci ostentarle. […]
E sono i “potrebbe essere” di questa messa in scena a renderla così intrigante. Il mondo in cui entriamo, uno spazio morto e terrificante […], appare come una sorta di casa di accoglienza a metà strada tra questo mondo e l’altro. La figura alta, magra e losca [di Quint] che si fa strada silenziosamente nell’oscurità da una porta sul fondo del palcoscenico al pianoforte a coda, incongruo sul proscenio, appartiene a questo luogo. In effetti, è come se i veri “visitatori” di questa storia fossero i vivi, non i morti, venuti per confrontarsi con le loro paure, i loro pregiudizi, i loro desideri. Così i “fantasmi” si muovono liberamente, con disinvoltura, in questo ambiente, seguendo e “accudendo” i bambini (il cui senso della realtà è intatto) mentre i loro protettori osservano. Quint non è più solo una figura oscura, ma è nella stanza con la governante, rovesciando vendicativamente un vaso di fiori per far sentire la sua presenza, il suo disappunto. Aiuta persino a rifare il letto di Miles […]. Ed è interpretato – in modo meraviglioso e con una dizione impeccabile – da Ian Bostridge, che riesce a rendere i melismi struggenti di Britten (liberi e avventurosi come è solito essere Quint) allo stesso tempo belli e sovversivi (tutti quei quasi quarti di tono). Fisicamente, è un fregio che avvolge l’intera produzione. […]
